La Repubblica e l’analisi fattoriale inutile

Stamattina mentre leggevo la Repubblica, mi sono imbatttuto in una innovazione nelle consuete analisi delle preferenze elettorali, in questo caso dovute alla lite Berlusconi-Fini.

Ho trovato questo grafico a pag.7 (vedi sotto) che utilizza una principal component analysis per classificare i leader politici in base alla preferenze  degli elettori.  Peccato che le variabili latenti su cui si basa questa classificazione non siano dichiarati e non e’ cosa da poco visto che il grafico ha poco senso se non si menziona su quali dimensioni viene fatta questa suddivisione (e in queste dimensioni quali sono le variabili piu’ importanti).

Quando si dice l’uso retorico della statistica senza alcun valore informativo reale aggiunto…

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Il Post di Sofri & soci

Da oggi e’ online ‘il Post’ un po’ giornale online (curiosamente oggi anche Repubblica ha cambiato veste grafica), un po’ aggregatore di post, un po’ filtro di notizie alla Google news. Nello statico panorama dell’informazione italiana ogni tentativo del genere e’ il benvenuto. L’ambizione e’ quella di superare l’agenda setting dei media tradizionali italiani e della loro versione online, non ambisce a fare reporting ma il classico ruolo di filtering, visto che anche per Internet vale lo “Zipf‘s Principle of Least Effort”.
Ovviamente, questo filtering avverra’ in base alla scelte della redazione e della loro particolare visione del mondo e dell’Italia.
Sara’ interessante vedere cosa ne verra fuori, se l’ennessimo denso sito che riporta news stravaganti e slegate tra loro senza dare un contributo di riflessione o se diventerra’ uno strumento prezioso per interpretare la realta’ italiana ed alcuni eventi internazionali.

Personalmente credo sento molto di piu’ la mancanza di luoghi dove si possano leggere interpretazioni non banali che un ennessimo pappone di notizie prese dalla rete. Siamo ormai dotati tutti di tecnologie di filtering (RSS, ecc) e strategie di ricerca delle informazioni online che ci permettono di consultare molte fonti di informazione senza il bisogno di un filtering di terzi. E’ chiaro anche che non tutti usano internet in questo modo, ma il Post mi sembra un posto (appunto) attraente per utenti che hanno gia’ una loro ‘information seeking strategy’.

E’ ancora l’inizio ed e’ quindi presto per esprimere giudizi. Vedremo quanto coraggio avra’ la redazione di questa nuova iniziativa. In bocca al lupo.

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Il PD e la ricerca delle idee

Le ragioni della sconfitta elettorale del PD sono molteplici, vi sono pochi dubbi al riguardo. D’altra parte, la mancanza di una elaborazione culturale, di un pensiero politico identitario, sono una fragilita’ che questo partito si portava dietro dagli organismi che l’hanno generato: DS e Margherita.

Il ragionamento procede in questo modo: Il PD non ha un identita’, non propone una ‘visione dell’Italia’ diversa da quella di Berlusconi e quindi perde perche’ non convince nuovi elettori anzi ne perde anche di vecchi.

Movimenti nati per inoculare nuove idee nel PD sono stati rigettati o hanno avuto pochissimo impatto.

La domanda successiva e’ : come nasce un nuovo pensiero politico che possa dare identita’ ad un movimento politico?

Da quale domanda deve partire?

Per i paesi economicamente avanzati, la grande questione sociale di questi ultimi anni è stato relativo al possibile miglioramento della qualità della vita.
La nostra è la prima generazione a dover trovare nuove soluzioni a questa domanda. I nostri successi economici contrastano con i dati che evidenziano i nostri modesti risultati nel conseguire un maggiore benessere. Numerosi studi suggeriscono in che modo sia necessario spostare la nostra attenzione dagli standard materiali di vita e dalla crescita economica al benessere sociale e psicologico dell’intera società. E’ vero tuttavia che non appena si fa menzione di un elemento psicologico, subito la discussione tende a concentrarsi su rimedi e su cure individuali.
Dopo molti anni di ricerca e di discussione, emerge ora un quadro piuttosto chiaro di cosa serva alla società per migliorare le sue condizioni relativamente ai maggiori problemi sociali che la caratterizzano.

Continua….

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Per Pasqua di verita’, altro che Banca Intesa

Qualche tempo fa Banca Intesa ha lanciato un spot in TV su un ricercatore italiano all’estero che ritorno per contribuire alla rinascita del paese grazie ai presunti finanziamenti di Banca Intesa.
Dei ricercatori hanno risposto cosi:

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Regionali in Calabria

La schiacciante vittoria di Scopelliti in Calabria non sorprende più di tanto chi conosce la realtà del territorio. La giunta Loiero non ha saputo guadagnarsi la fiducia della gente con un’amministrazione priva di coraggio e iniziativa. Il centro destra ha avuto tutto il tempo di preparare una candidatura forte come quella dell’ex-sindaco di Reggio Calabria, stabilendo quella lunga serie di alchimie ed alleanze che in una regione come la Calabria contano più di ogni altra cosa. Il centrosinistra invece scelto negli ultimi giorni il candidato tramite delle primarie duramente contestate e soprattutto non di coalizione. Loeiro né usci vincitore mobilitando i suoi uomini nel partito ma era chiaramente un candidato usurato da un’esperienza di governo regionale largamente fallimentare. L’astensione in Calabria ha colpito la sinistra, in particolare la provincia di Cosenza tradizionalmente votata al centrosinistra, mentre il centro destra ha fatto bottino pieno.

La lezione di Vendola ci ricorda che nel Mezzogiorno ci sono tanti Sud, Basilicata e Puglia ci mostrano un centro sinistra vincente, mentre Calabria e Campania uno perdente.

La Puglia, in particolare, è che un incoraggiante esempio che la buona politica può dare dei risultati più delle reti clientelari anche in regioni difficili come quelle meridionali. Ad esempio, un dato per mostrare la diversità tra Vendola e Loiero: La Puglia è prima nella produzione di energie solare, la Calabria quattordicesima. La giunta Vendola ha dotato la regione pugliese di una legge regionale moderna ed efficace per la produzione di energia solare. La giunta Calabria ha fatto una legge regionale sul solare che è pensata solo per aumentare i passaggi burocratici e quindi l’influenza della politica. Sulla Calabria si apre un giorno lugubre sia per il grande risultato della Lega Nord e sia per la presa del potere da parte di esponenti del PDL che non hanno mai brillato nella difesa degli interessi della regione nel quadro nazionale, vedi il caso del saccheggio dei fondi Fas destinati al Sud.

Un PD al 15,8% che perde una regione in cui governa ha bisogno di cambiare radicalmente. Vendola insegna che il coraggio può premiare anche su un territorio dove le spinte innovatrici sono duramente ostacolate.

Ci auguriamo che in Calabria si riparta dalla lezione che alcuni punti fondamentali come legalità, salute, occupazione e cura del territorio non sono merce negoziabile, ma punti cardine dell’identità del PD su cui puntare tutto. Facendo così, forse, un giorno si potrà avere un Vendola, persino nel PD, anche in Calabria.

 

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Votando pensando (anche) all’ambiente

Le campagne elettorali per le prossime elezioni regionali hanno avuto dedicato una notevole attenzione ai temi ecologici e a quello dello sviluppo sostenibile. Lo stato di degrado ambientale di molte regioni italiane non si scopre oggi, ma c’e’ voluto del tempo affinché un sensibilità ecologica di base sia comparsa tra i cittadini italiani. Si tratta di timidi segnali, a volte e’ difficile distinguere semplici esercizi di marketing politico da vere intenzioni, eppure qualcosa si muove.
La mancanza di una forza politica ecologista e’ un grande mistero italiano. I verdi italiani non sono mai riusciti a stabilire una massa critica elettorale che li stabilisse in modo permanente del panorama politico italiano. Le ragioni sono molteplici, alcune imputabili alle colpe del partito in se, altre invece ad un complesso mix di ragioni storiche, sociali ed economiche che hanno impedito lo sviluppo di una coscienza ecologica diffusa in Italia.
Vivere in un paese dalla natura bellissima ma anche fragile non e’ stata condizione necessaria e sufficiente per sviluppare questa sensibilità.
Le tematiche ambientali fanno ancora fatica ad essere considerate come importanti nel Mezzogiorno d’Italia dove, in realtà ve ne sarebbe un gran bisogno considerati gli scempi di amministrazioni locali ed eco mafie. Le crisi dei rifiuti, non solo in Campania, non hanno spinto ad un ferma richiesta di introdurre la raccolta differenziata o altre misure che comportano un cambiamento delle abitudini e modelli culturali dei cittadini.
Certo, e’ innegabile la crescita del business legato alla produzione di energia eolica e solare che si e’ scatenato nello stivale, ma sarebbe sbagliato credere che questo sia un segno di nuova sensibilità ecologica.
La produzione di energia di fonti rinnovabile ha praticamente zero impatto sui comportamenti quotidiani, come invece sarebbe il caso per la raccolta differenziata.
Siamo molto lontani dall’avere le posizioni sull’ambiente come variabile di peso nella scelta del proprio candidato.
Un primo passo sarebbe quello di vedere qualche candidato con una forte caratterizzazione ecologista riscuotere del successo nelle prossime elezioni regionali.

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Il Fatto Quotidiano e “Italy Today, the sick man of Europe”

Italy Today_Il Fatto

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8th of March, Italy Today at London School of Economics

You are cordially invited to the following public lecture within the LSE European Institute Perspectives on Europe Series:


Italy Today: The Sick Man of Europe?

Monday 8 March 2010, 18:30 – 20:00

Wolfson Theatre, New Academic Building,

London School of Economics and Political Science

Chair:

Marco Simoni (European Institute)

Speakers:

  • Giuseppe A. Veltri (Editor of Italy Today, European Commission)
  • Andrea Mammone (Editor of Italy Today, Kingston University)
  • Simona Milio (ESOC Lab, London School of Economics)

Discussants:

  • John Peet (The Economist)
  • Fabio Cavalera (Corriere della Sera), TBC
  • John Lloyd (Financial Times), TBC

discussion coincides with the launch of Italy Today by Routledge. A light reception will follow the event.
Endorsements to the book:
Written by well known specialists and young researchers from Italy or outside, this book is dedicated to Contemporary Italy, considered as the sick man of Europe. All the aspects of its decline are studied in an interdisciplinary approach.” Marc Lazar, Sciences Po, Paris.
Faced with the attention-seeking antics of Silvio Berlusconi and his political allies, increasingly the temptation is not to treat Italy seriously. The great achievement of the contributors to this excellent volume is to reach behind the façade of political posturing to show that Italy does matter, because the failure of Italy’s political system to come up with solutions to the chronic problems facing the country today poses questions that are relevant to all advanced democracies. Italy today, but where next?” John Davis, University of Connecticut

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Salari ed il benessere collettivo

Non saprei dire se si tratta di una posizione radicale, certo è che se ne parla liberamente in Gran Bretagna e quindi non deve essere un tabu da circolo vetero marxista. Recentemente, un importante think tank chiamato ‘New Economics Foundation‘ ha pubblicato un rapporto dal titolo ‘A bit richer’.
Le domande alla base di questo studio sono: Quanto valore il nostro salario conferisce al lavoro che svolgiamo?  Superando un concetto ristretto di produttività, quale impatto ha il nostro lavoro per il resto della società e la retribuzione che riceviamo corrisponde a questo valore? Sono retribuiti giustamente coloro che più contribuiscono alla società?
Lo studio è costruito intorno a sei diverse professioni scelte deliberatamente tra il settore pubblico e quello privato per illustrare la questione. Tre sono lavori poco retribuiti, un addetto alla pulizia in ospedale, un lavoratore in una fabbrica di riciclo materiali ed un assistente sociale. Gli altri sono altamente retribuiti: un banchiere della City, dirigente di una azienda pubblicitaria ed un commercialista.
Gli analisti del think tank hanno analizzato il contributo che queste professioni danno alla società (si veda il rapporto per i dettagli metodologici ed eventuali possibili dubbi in merito) ed hanno trovato che i lavori meno retribuiti sono quelli che danno un maggiore contributo al benessere collettivo.
Il rapporto inoltre affronta di petto dieci falsi miti attribuiti al lavoro e i salari. Ad esempio, persone che guadagnano di più non lavorano necessariamente maggiormente di quelle che guadagnano meno o come il settore privato non sia necessariamente più efficiente di quello pubblico. Come alti salari non riflettino necessariamente maggior talento o come i ricchi non contribuiscono maggiormente al benessere sociale.
Si tratta di uno studio interessante, pur essendo in alcuni caso specifico per il caso UK, perché alimenta il dibattito sull’equità sociale e il suo apporto benefico verso la società nel suo complesso, un effetto dimostrato da un crescente e impressionante volume di dati e studi.
In generale, vi è in corso un dibattito accademico e politico in diversi paesi sull’opportunità di intervenire per ridurre l’iniquità’ sociale, intesa come differenze di salari tra le varie fasce di popolazione, per salvaguardare l’armonia ed il benessere collettivo. Un tema veramente di sinistra che potrebbe essere in cima alla lista delle richieste del Partito Democratico nella sua visione sull’Italia del domani perché l’Italia è tra i paesi più ‘diseguali’ d’Europa.

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Italy Today disponibile Today

Da oggi e’ disponibile “Italy Today, the Sick Man of Europe”, il libro che ho curato con Andrea Mammone.

Potete acquistarlo qui se preferite l’efficienza di  Amazon UK oppure se quella di  Amazon France .

Se invece preferite l’Italia, lo trovate qui.

Una soluzione alternative  e’ l’eccellente Book Depository, ecco il link, free delivery in Europa.

Maggiori informazioni sul libro le trovate qui.

Alcuni endorsments…

Written by well known specialists and young researchers from Italy or outside, this book is dedicated to Contemporary Italy, considered as the sick man of Europe. All the aspects of its decline are studied in an interdisciplinary approach.

Marc Lazar, Sciences Po, Paris.

Faced with the attention-seeking antics of Silvio Berlusconi and his political allies, increasingly the temptation is not to treat Italy seriously. The great achievement of the contributors to this excellent volume is to reach behind the façade of political posturing to show that Italy does matter, because the failure of Italy’s political system to come up with solutions to the chronic problems facing the country today poses questions that are relevant to all advanced democracies. Italy today, but where next?

John Davis, University of Connecticut


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I quattro mega trend demografici futuri

Oltre quaranta anni fa il biologo Paul Ehrlich scrisse il libro ‘The population Bomb’ sulle prospettive di una crisi alimentare mondiale che avrebbe colpito il mondo negli anni settanta e ottanta, con la popolazione mondiale in crescita più della capacità di produzione agricola mondiale. Fortunatamente, tale profezia non si è avverata grazie alle innovazioni in agricoltura, la cosiddetta ‘green revolution’, e l’adozione di politiche di controllo delle nascite. In realtà, dagli anni settanta in poi l’output economico mondiale è cresciuto mentre la fertilità è diminuita drammaticamente, in particolare nei paesi avanzati.

Nel ventunesimo secolo, però, i problemi che dovremo affrontare non saranno legati a quanti abitanti vi saranno sul pianeta ma piuttosto su come la popolazione mondiale sarà composta e distribuita.

Sono quattro i grandi cambiamenti demografici segnalati dalle Nazioni Unite che cambieranno profondamente la popolazione mondiale nei prossimi quaranta anni: 1) il relativo peso demografico dei paesi industrializzati si ridurrà di circa il 25 per cento, cambiando il rapporto di potere economico con i paesi in via di sviluppo; 2) la forza lavoro dei paesi sviluppati invecchierà e diminuirà sostanzialmente, influenzando la crescita economica e richiedendo sempre di più la presenza di lavoratori immigrati; 3) la maggior parte della crescita demografica nel mondo occorrerà nei paesi più poveri, giovani e maggiormente mussulmani, i quali hanno una pericolosa mancanza d’istruzione, opportunità lavorative e mobilita sociale; 4) per la prima volta nella storia umana, la maggior parte della popolazione mondiale sarà urbana, vale dire vivrà in città, con i problemi logistici e sanitari che questo comporterà.

Si, quindi, dovrebbe considerare l’immigrazione in un quadro globale come quello presentato da questi quattro punti assume un altro significato. Lo stesso vale per i rapporti con i paesi mediorientali e i paesi in via di sviluppo in generale. Nel 2003, la somma delle popolazioni di Europa, USA e Canada rappresentavano circa il 17% della popolazione mondiale. Nel 2050, questa percentuale scenderà al 12%, molto meno di quanto fosse nel 1700 pre-rivoluzione industriale.

Un nuovo ordine di governance mondiale sta emergendo, ad esempio il G20 che oggi ha molto più senso dell’obsoleto G8. Speriamo che il nostro governo se ne accorga, pensando non solo alle prossime elezioni ma anche al futuro dell’Italia in un mondo che sarà molto diverso da quello attuale.

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Italy Today in Calabria

Anche sulle pagine locali in Calabria,  il libro Italy Today si fa notare…

Italy Today Il Quotidiano della Calabria

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Armi, acciaio e malattie ed il problema degli esperimenti naturali

Tra i libri piu’ discussi con i miei colleghi c’e’ l’ormai noto di “Armi, acciaio e malattie” di Jared Diamond .

Una versione estremamente semplificata della ipotesi di Diamond e’ che la geografia, non la genetica, determina quali societa’ umane diventino dominanti e quali sono conquistate o distrutte. Ad esempio, nel libro, egli dedica l’intero capitolo 2 per discutere come esempio gli insediamenti della Polinesia da parte di gente che proviene essenzialmente dallo stesso stock genetico ma che hanno avuto esperienza di diverse geografie una volta stabiliti su diverse isole. La variazione random nella geografia e’ interpretata come la causa della variazione significativa nelle traiettorie della gente polinesiana di ogni isola o gruppo di isole.

Per Diamond questo e’ un ‘esperimento naturale’, cioe’ avvenuto naturalmente nello sviluppo della civilta’ polinesiana.

A questo punto pero’ ho un problema. Il problema con ogni randomization che non e’ controllata dal ricercatore e’ che scettici, come il sottoscritto, possono mettere sul tavolo storie su come contradditorio possa essere questa idea.

Nel caso di Diamond, quello sarebbe un esperimento naturale se Diamond potrebbe dimostrare che la gente fosse in qualche modo assegnata in modo random ad ogni isola. Il problema e’ che differenti tipi di persone potrebbero scegliere di vivere su isole differenti. Sebbene, potrebbe essere random quale isola un gruppo ‘esploratore’ possa raggiungere, gli esploratori possono scegliere di stare o muoversi per ragioni che potrebbero essere legate a variazioni genetiche. Inoltre, esploratori e coloni non sono probabilmente un campione random della popolazione, cosi il tipo di persone che raggiunge un isola lontana potrebbero avere differenti tratti genetici di quelli che decidono di rimanere in insediamenti gia’ stabiliti.
Insomma, appare chiaro il problema di usare questi ‘esperimenti naturali’ per supportare delle ipotesi forti come quella di Diamond.

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Primarie pugliesi ed il vizietto comunista

E’ ormai noto a tutti che la causa principale del fallimento comunista consisteva nell’utopia dall’impossibile richiesta che faceva su coloro che guidavano l’economia centralizzata: nessun potra’ mai saperne abbastanza per pianificare una economia avanzata.  Oltre a questa insensata richiesta di conoscenza ai pianificatori, il comunismo richiedeva anche l’enorme concentrazione di potere senza alcun contrappeso istituzionale. Si supponeva che i valori dei pianificatori non potessero che essere uguali a quelli dei pianificati, che ne avrebbero riconosciuto la bonta’. Sappiamo come e’ andata a finire.

A me pare, che in Puglia, questo vecchio vizietto (post)comunista sia apparso. Come scrive bene Marco Simoni:

Pensare, al contrario, di comporre una sintesi tra gruppi sociali eterogenei, tramite alchimie tattiche e alleanze tra gruppi di notabili che spesso non rappresentano altro che piccole consorterie di potere significa, in ultima analisi, non avere capito molto della società contemporanea.

La tentazione di pianificazione e’ fallita in Puglia, con le primarie che si sono rivelate essere lo strumento migliore per comporre divergenze e produrre consenso su una sintesi. Negare il valore di questo strumenti e’ da pazzi.

Buona fortuna PD.

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Tecnologia verde, da sola non basta (per l’Unita’ del 4.02.2010)

Sono in molti a credere che le nuove tecnologie rappresentino la soluzione per le conseguenze dei cambiamenti climatici causati dall’uomo. Purtroppo, la tecnologia verde che riduce il consumo energetico pur essendo una parte essenziale dei cambiamenti che dobbiamo adottare, non puo’ da sola risolvere il problema. Ad esempio, consideriamo il caso di nuovi incredibili motori d’auto che riducano di molto il consumo di carburante. Guidare sarebbe più economico e ci farebbe risparmiare dei soldi ma questi soldi sarebbero quasi sicuramente spesi per qualcos’altro. Potremmo spenderli guidando di più, o comprando un’auto più grande o acquistando altri elettrodomestici. In qualsiasi modo spenderemmo i soldi risparmiati grazie ad un’auto dal motore piu efficiente, il nostro consumo addizionale si aggiungerebbe probabilmente alle emissioni di carbonio prodotte da un’altra parte, perdendo molto del benificio ambientale originale. La stessa logica si applica in quasi tutte le aree di consumo. Lavatrici a maggiore efficienza o case maggiormente isolate aiutano l’ambiente, ma anche riducono le nostre spese che immediatamente vuol dire che perdiamo il guadagno ecologico spendendo il denaro risparmiato su qualcos’altro e quindi aumentando i consumi. Visto che le innovazioni efficienti energeticamente  significano che possiamo comprare di piú, sono come la crescita economica. Sebbene ci diano degli standard di vita più alti per ogni livello di emissioni di carbonio, molto del carbonio risparmiato è risucchiato da più alti standard di vita. La questione cruciale è quanto del risparmio fornito dalle tecnologie verdi è ‘mangiato’ da consumi più alti. Appare chiaro, quindi, che nuove tecnologie più efficienti non basteranno se non ci sarà un cambiamento del comportamento di consumo di ogni cittadino. E’ questa la grande sfida culturale e sociale che deve accompagnarci nella lotta ai cambiamenti climatici. Il consumare di meno è compatibile con il modello di crescita economica sinora adottato nell’Occidente?  Possiamo trovare un equilibrio tra qualità della vita e impatto ambientale?  Qualunque siano le politiche adottate per contenere i consumi e la produzione di carbonio dovranno guadagnarsi il consenso della popolazione e quindi apparire giuste ed eque. Le nazioni con un maggiore tasso di equità sociale, come i paesi Scandinavi, partono avvantaggiate in questo e, infatti, sono quelle che sono riuscite a ridurre maggiormente le loro emissioni. Che cosa accadrà all’Italia?

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Calabria, adesso e’ il momento del coraggio (Per l’Unita’ oggi)

Gli eventi di Rosarno possono sconvolgere un lettore che non sia al corrente dell’attuale situazione della Calabria, ma non sorprendono chi conosce la realtà di una regione caduta in una profonda crisi sociale ed economica. Il parastato rappresentato dalla criminalità organizzata ha mostrato il modo in cui intende regolare il fenomeno immigrazione, con sfruttamento e intimidazione, senza l’ostacolo della vasta maggioranza dei cittadini calabresi. Questi cittadini vivono una grossa contraddizione: se da un lato chiedono l’intervento dello stato contro il sottosviluppo economico e il crimine organizzato, dall’altro hanno chiuso gli occhi verso la politica locale che non si è quasi mai fatta carico dei problemi reali della Calabria. Una politica completamente prosciugata da ogni spinta ideale e ridotta a mera amministrazione e spartizione delle risorse pubbliche. Casi come quello della senatrice Napoli sono sempre più rari, la politica nazionale e locale ha rinunciato a tentare di migliorare la società calabrese. Appare incredibile come le cosiddette forze progressiste non aiutino o interagiscano con i pochi movimenti anti criminalità organizzata, come ‘Libera’ o ‘Ammazzateci Tutti’, non intervengano sulla corruzione e infiltrazione mafiosa nella cosa pubblica. I cittadini calabresi sono da anni stretti in una morsa feroce tra ‘ndragheta e politica corrotta, eppure nessun fallimento clamoroso, vedi casi nella sanità calabrese o la gestione del territorio tra frane e discariche tossiche abusive, ha dato loro la forza di reagire. Un pericoloso miscuglio di paura e negazione dell’evidente non permette di capire che il disastro è dietro l’angolo, l’emigrazione è tornata ai livelli degli anni ’50 o che le responsabilità delle amministrazioni locali ormai quasi bilanciano quelle dello stato centrale. Quale amministrazione comunale, provinciale e regionale calabrese può seriamente dire di non essere a conoscenza dei problemi del territorio? Quante iniziative forti hanno mai intrapreso? Quale battaglia di civiltà hanno posto come fulcro della loro azione politica? Tra poco, il 17 Gennaio, si terranno le primarie del PD. I candidati non avranno una migliore occasione per dire quali saranno le loro iniziative concrete contro la criminalità organizzata. Il timore è quello che anche questo esercizio di democrazia sia svuotato da una politica senza coraggio che ha rinunciato a trasformare la realtà calabrese e si è resa complice del suo abbrutimento.

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Qualche riflessione su Il grande silenzio, Asor Rosa e gli intellettuali italiani

Nel mio viaggio di ritorno, tra i ritardi cronici del sistema di trasporti pubblici italiano, ho avuto modo di leggere il libricino-intervista ad Alberto Asor Rosa sul silenzio/scomparsa degli intellettuali italiani dalla scena politica e pubblica degli ultimi decenni. Publicato da Laterza ed a cura di Simonetta Fiori, trattasi di una stimolante lettura.

La storia dell’impegno politico di Asor Rosa, nel ruolo degli intellettuali nella passata vita politica italiana, e’ impressionante e nostalgica. E’ convincente l’onesta’ intellettuale di Asor Rosa nel commentare gli errori di giudizio e di azione politica, come anche le sue posizioni sulla figura dell’intellettuale italiano, storicamente sempre ad alto tasso di politicizzazione per varie necessita’.

Meno convincenti sono altri passaggi, rispettabili, ma su cui sono a disagio. Premetto che vi e’ una grande differenza formativa (oltre che di esperienza, storia, ecc.) tra una personalita’ come Asor Rosa, un umanista di tradizione italiana ed europea continentale ed un social scientist di formazione anglosassone emigrato come il sottoscritto.

Ed e’ anche per questa ragione che alcuni dei ragionamenti di Asor Rosa suonano strani al mio orecchio.

La tesi fondamentale di Asor Rosa e’ che gli intellettuali hanno perso peso in Italia perche’ non servono piu’ alla politica – o meglio la nuova politica – e per questo non vengono ascoltati. Non servono piu’ perche’, dopo la fine delle grandi ideologie, l’elaborazione culturale come fonte di azione politica ha perso di peso. Insomma, nessuno richiedeva il loro sforzo intellettuale.

E’ innegabile che parte di questo ragionamento sia condivisibile, ma mi chiedo anche se la cultura italiana ed i suoi intellettuali non si sia trovata, dopo il crollo delle grandi ideologia, di fatto senza lavoro. Abituati alle grandi narrazioni novecentesche, alle grandi spiegazioni omnicomprensive, ai grandi framework teorici, la loro capacita’ di fornire un appoggio piu’ concreto e meno idiosincratico alla politica e’ stata molto bassa. Questo mi pare vero soprattutto in Italia dove la tradizione delle scienze sociali e’ stata particolare, molto contaminata dalle discipline umanistiche e meno da quelle naturali – come e’ avvenuto altrove- ma soprattutto non ha mai acquisito quell’autorita’ che ha in altri paesi – in particolar modo quelli anglosassoni.

La capacita’ di dividere i truismi e le banalita’ usati per spiegare i fenomeni sociali da concetti, verifiche e teorie piu’ solide e quindi utili non e’ mai stata il pezzo forte delle scienze sociali italiane.

Rimane ancora il ruolo che le scienze sociali dovrebbero esercitare per valutare l’efficacia di politiche, per dare spunto a soluzioni di problemi sociali, per individuarne di nuovi, ed eventualmente fornendo anche teorie e visioni di insieme ma con maggiore prudenza e modestia di qualche decennio fa. In altre parole, la scomparsa di quella atmosfera politico culturale ha provocato una diminuizione del ruolo degli intellettuali italiani che erano schiacciati da quel modo di contribuire alla politica e non tanto dall’altro, piu’ anglosassone, che continua a giocare un ruolo in altri paesi.

**

Ci sono poi anche altri aspetti che considero poco convincenti nelle riflessioni di Asor Rosa contenute nel “Il grande silenzio”, in prevalenza sulla valutazione del presente.

La prima questione e’ sul ruolo delle televisione che viene considerata in modo piuttosto sbrigativo come forza travolgente (e negativa) nel formare l’opinione pubblica. E’ innegabile che giochi un ruolo importante ma l’entita’ della sua influenza e’ tutt’altro che accertata. Sposare acriticamente la piu’ ‘forte’ delle ipotesi di condizionamento, senza considerare altre teorie alternative maggiormente sofisticate, spinge a mettersi nella difficile posizione di dover giustificare come mai grandi parti dell’opinione pubblica possa ribellarsi anche in paesi dove il controllo dei mass media e’ ben piu’ stretto di quello italiano o di quanto in realta’ le opinioni degli italiani siano piu’ articolate di quello che si vuole credere – magari facendo l’errore di equipararle agli esiti dei sondaggi (errore comune).

In questo contesto, c’e’ la quasi totale assenza, nel ragionamento di Asor Rosa, sul ruolo dei nuovi media. Non solo non se ne percepisce l’importante ruolo che gia’ giocano nello spezzare una prassi informativa, ma anche non si riconosce il ruolo che essi possano avere nel aiutare lo sviluppo di quel pensiero critico di cui si lamenta la scomparsa o di nuove forme di aggregazione (movimenti open source). Addirittura, si arriva a dire che la scrittura e’ assente dai nuovi media, basati in prevalenza sulle immagini, che e’ una valutazione piuttosto grossolana.

E’ anche vero, pero’, che lo stesso Asor Rosa riconsce la tradizionale paura degli umanisti dinnanzi ad una nuova tecnologia, ma mi preferisce non andare oltre questa considerazione.

Altre considerazioni problematiche sono quelle che fa Asor Rosa sui ‘tempi che corrono’.

La prima e’ che le elites italiane sono continuamente distrutte dal resto della societa’, ma questo appare in contraddizione con il fatto che tanti studi indicano le elites italiane come le piu’ inamovibili d’Europa.

A questo si aggiunge una versione un po’ banale di processi sociopsicologici, come l’affermare che al giorno d’oggi cio’ che e’ comune e seriale e’ piu’ apprezzato dalla gente comune. Non credo che sia mai stato diversamente quaranta o trenta anni fa, vi e’ sempre stato una tensione tra conformismo ed differenziazione, questo rimane anche oggi, in forme diverse. E poi siamo stati, siamo e saremo sempre risparmiatori cognitivi, non potrebbe essere altrimenti.

La visione che Asor Rosa propone del globalizzazione e’ interamente negativa senza considerare degli effetti benefici che e’ difficile negare. La omogenizzazione culturale di cui parla sembra ancora lontana, ma la condivisione di diritti umani e civili, la condivisione di esperienze politiche e’ anche una forma di globalizzazione. Fenomeni di ‘transnational public opinion’ o ‘spillovers di good practices’ . Insomma, la globalizzazione, anche nei suoi effetti sociali ed economici positivi, non puo’ essere liquidata unicamente come un fenomeno negativo.

In generale, ho come l’impressione che Asor Rosa veda un imbarbarimento dell’attuale, la perdita di pensiero critico ma non si sforzi di vedere alcune forme di pensiero critico che si manifestano fuori dai circuiti tradizionali e o nelle forme piu’ consuete. Insomma, l’ennesima versione del grido sulla ‘societa’ non pensante’, solo perche’ non piace cio’ che essa pensa o non se ne riconoscono le nuove modalita’ d’espressione.

Infine, vi e’ il tema dell’universita’. Vi sono vari aspetti che condivido delle valutazioni di Asor Rosa ma quella su cui sono critico  e’ della valutazione della ricerca. Che ve ne sia bisogno non credano vi siano dubbi. Asor Rosa rifiuta ‘criteri quantitativi’ per valutare un docente  e dichiara che soltanto un altro docente piu’ valutare il suo lavoro. Qui Asor Rosa banalizza la questione. Valutare il numero e l’impatto delle pubblicazioni fatte su ‘peer reviewed’ journals significa esattamente sottoporsi dalla valutazione dei tuoi pari in modo trasparente.  Non e’ un metodo quantitativo, perche’ i journals non hanno tutti lo stesso peso e gli articoli non hanno tutti lo stesso impatto nel mondo accademico.

I sistemi universitario migliori al mondo funzionano cosi.  E’ strano dichiarare una calamita’ questa valutazione per l’universita’ italiana. Ovviamente, non vuol dire che non vi siano problemi nel scegliere i criteri e metodi di problemi, ma scambiare alcuni di questi problemi, specifici per le discipline umanistiche, in argomenti contro mi sembra poco solido.

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Sono convinto che sia un esercizio utile leggere questo libro-intervista, ci si confronta con la storia di una persona che ha  molto contribuito alla cultura italiana, vi si trovano lucidi passaggi e spunti interessanti, specialmente quelli autobiografici e storici.  Rimane anche l’impressione che non vi siano abbastanza luoghi ed occasioni di confronto con personalita’ come Asor Rosa, uno scontro tra diversi modi di essere ‘public intellectuals’ sarebbe stato interessante.

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