Nel mio viaggio di ritorno, tra i ritardi cronici del sistema di trasporti pubblici italiano, ho avuto modo di leggere il libricino-intervista ad Alberto Asor Rosa sul silenzio/scomparsa degli intellettuali italiani dalla scena politica e pubblica degli ultimi decenni. Publicato da Laterza ed a cura di Simonetta Fiori, trattasi di una stimolante lettura.
La storia dell’impegno politico di Asor Rosa, nel ruolo degli intellettuali nella passata vita politica italiana, e’ impressionante e nostalgica. E’ convincente l’onesta’ intellettuale di Asor Rosa nel commentare gli errori di giudizio e di azione politica, come anche le sue posizioni sulla figura dell’intellettuale italiano, storicamente sempre ad alto tasso di politicizzazione per varie necessita’.
Meno convincenti sono altri passaggi, rispettabili, ma su cui sono a disagio. Premetto che vi e’ una grande differenza formativa (oltre che di esperienza, storia, ecc.) tra una personalita’ come Asor Rosa, un umanista di tradizione italiana ed europea continentale ed un social scientist di formazione anglosassone emigrato come il sottoscritto.
Ed e’ anche per questa ragione che alcuni dei ragionamenti di Asor Rosa suonano strani al mio orecchio.
La tesi fondamentale di Asor Rosa e’ che gli intellettuali hanno perso peso in Italia perche’ non servono piu’ alla politica – o meglio la nuova politica – e per questo non vengono ascoltati. Non servono piu’ perche’, dopo la fine delle grandi ideologie, l’elaborazione culturale come fonte di azione politica ha perso di peso. Insomma, nessuno richiedeva il loro sforzo intellettuale.
E’ innegabile che parte di questo ragionamento sia condivisibile, ma mi chiedo anche se la cultura italiana ed i suoi intellettuali non si sia trovata, dopo il crollo delle grandi ideologia, di fatto senza lavoro. Abituati alle grandi narrazioni novecentesche, alle grandi spiegazioni omnicomprensive, ai grandi framework teorici, la loro capacita’ di fornire un appoggio piu’ concreto e meno idiosincratico alla politica e’ stata molto bassa. Questo mi pare vero soprattutto in Italia dove la tradizione delle scienze sociali e’ stata particolare, molto contaminata dalle discipline umanistiche e meno da quelle naturali – come e’ avvenuto altrove- ma soprattutto non ha mai acquisito quell’autorita’ che ha in altri paesi – in particolar modo quelli anglosassoni.
La capacita’ di dividere i truismi e le banalita’ usati per spiegare i fenomeni sociali da concetti, verifiche e teorie piu’ solide e quindi utili non e’ mai stata il pezzo forte delle scienze sociali italiane.
Rimane ancora il ruolo che le scienze sociali dovrebbero esercitare per valutare l’efficacia di politiche, per dare spunto a soluzioni di problemi sociali, per individuarne di nuovi, ed eventualmente fornendo anche teorie e visioni di insieme ma con maggiore prudenza e modestia di qualche decennio fa. In altre parole, la scomparsa di quella atmosfera politico culturale ha provocato una diminuizione del ruolo degli intellettuali italiani che erano schiacciati da quel modo di contribuire alla politica e non tanto dall’altro, piu’ anglosassone, che continua a giocare un ruolo in altri paesi.
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Ci sono poi anche altri aspetti che considero poco convincenti nelle riflessioni di Asor Rosa contenute nel “Il grande silenzio”, in prevalenza sulla valutazione del presente.
La prima questione e’ sul ruolo delle televisione che viene considerata in modo piuttosto sbrigativo come forza travolgente (e negativa) nel formare l’opinione pubblica. E’ innegabile che giochi un ruolo importante ma l’entita’ della sua influenza e’ tutt’altro che accertata. Sposare acriticamente la piu’ ‘forte’ delle ipotesi di condizionamento, senza considerare altre teorie alternative maggiormente sofisticate, spinge a mettersi nella difficile posizione di dover giustificare come mai grandi parti dell’opinione pubblica possa ribellarsi anche in paesi dove il controllo dei mass media e’ ben piu’ stretto di quello italiano o di quanto in realta’ le opinioni degli italiani siano piu’ articolate di quello che si vuole credere – magari facendo l’errore di equipararle agli esiti dei sondaggi (errore comune).
In questo contesto, c’e’ la quasi totale assenza, nel ragionamento di Asor Rosa, sul ruolo dei nuovi media. Non solo non se ne percepisce l’importante ruolo che gia’ giocano nello spezzare una prassi informativa, ma anche non si riconosce il ruolo che essi possano avere nel aiutare lo sviluppo di quel pensiero critico di cui si lamenta la scomparsa o di nuove forme di aggregazione (movimenti open source). Addirittura, si arriva a dire che la scrittura e’ assente dai nuovi media, basati in prevalenza sulle immagini, che e’ una valutazione piuttosto grossolana.
E’ anche vero, pero’, che lo stesso Asor Rosa riconsce la tradizionale paura degli umanisti dinnanzi ad una nuova tecnologia, ma mi preferisce non andare oltre questa considerazione.
Altre considerazioni problematiche sono quelle che fa Asor Rosa sui ‘tempi che corrono’.
La prima e’ che le elites italiane sono continuamente distrutte dal resto della societa’, ma questo appare in contraddizione con il fatto che tanti studi indicano le elites italiane come le piu’ inamovibili d’Europa.
A questo si aggiunge una versione un po’ banale di processi sociopsicologici, come l’affermare che al giorno d’oggi cio’ che e’ comune e seriale e’ piu’ apprezzato dalla gente comune. Non credo che sia mai stato diversamente quaranta o trenta anni fa, vi e’ sempre stato una tensione tra conformismo ed differenziazione, questo rimane anche oggi, in forme diverse. E poi siamo stati, siamo e saremo sempre risparmiatori cognitivi, non potrebbe essere altrimenti.
La visione che Asor Rosa propone del globalizzazione e’ interamente negativa senza considerare degli effetti benefici che e’ difficile negare. La omogenizzazione culturale di cui parla sembra ancora lontana, ma la condivisione di diritti umani e civili, la condivisione di esperienze politiche e’ anche una forma di globalizzazione. Fenomeni di ‘transnational public opinion’ o ‘spillovers di good practices’ . Insomma, la globalizzazione, anche nei suoi effetti sociali ed economici positivi, non puo’ essere liquidata unicamente come un fenomeno negativo.
In generale, ho come l’impressione che Asor Rosa veda un imbarbarimento dell’attuale, la perdita di pensiero critico ma non si sforzi di vedere alcune forme di pensiero critico che si manifestano fuori dai circuiti tradizionali e o nelle forme piu’ consuete. Insomma, l’ennesima versione del grido sulla ‘societa’ non pensante’, solo perche’ non piace cio’ che essa pensa o non se ne riconoscono le nuove modalita’ d’espressione.
Infine, vi e’ il tema dell’universita’. Vi sono vari aspetti che condivido delle valutazioni di Asor Rosa ma quella su cui sono critico e’ della valutazione della ricerca. Che ve ne sia bisogno non credano vi siano dubbi. Asor Rosa rifiuta ‘criteri quantitativi’ per valutare un docente e dichiara che soltanto un altro docente piu’ valutare il suo lavoro. Qui Asor Rosa banalizza la questione. Valutare il numero e l’impatto delle pubblicazioni fatte su ‘peer reviewed’ journals significa esattamente sottoporsi dalla valutazione dei tuoi pari in modo trasparente. Non e’ un metodo quantitativo, perche’ i journals non hanno tutti lo stesso peso e gli articoli non hanno tutti lo stesso impatto nel mondo accademico.
I sistemi universitario migliori al mondo funzionano cosi. E’ strano dichiarare una calamita’ questa valutazione per l’universita’ italiana. Ovviamente, non vuol dire che non vi siano problemi nel scegliere i criteri e metodi di problemi, ma scambiare alcuni di questi problemi, specifici per le discipline umanistiche, in argomenti contro mi sembra poco solido.
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Sono convinto che sia un esercizio utile leggere questo libro-intervista, ci si confronta con la storia di una persona che ha molto contribuito alla cultura italiana, vi si trovano lucidi passaggi e spunti interessanti, specialmente quelli autobiografici e storici. Rimane anche l’impressione che non vi siano abbastanza luoghi ed occasioni di confronto con personalita’ come Asor Rosa, uno scontro tra diversi modi di essere ‘public intellectuals’ sarebbe stato interessante.
La Repubblica e l’analisi fattoriale inutile
Stamattina mentre leggevo la Repubblica, mi sono imbatttuto in una innovazione nelle consuete analisi delle preferenze elettorali, in questo caso dovute alla lite Berlusconi-Fini.
Ho trovato questo grafico a pag.7 (vedi sotto) che utilizza una principal component analysis per classificare i leader politici in base alla preferenze degli elettori. Peccato che le variabili latenti su cui si basa questa classificazione non siano dichiarati e non e’ cosa da poco visto che il grafico ha poco senso se non si menziona su quali dimensioni viene fatta questa suddivisione (e in queste dimensioni quali sono le variabili piu’ importanti).
Quando si dice l’uso retorico della statistica senza alcun valore informativo reale aggiunto…