PD anglosassone

Quante volte abbiamo sentito riferire alle democrazie anglosassoni come il modello da seguire per migliorare la nostra democrazia italica, ma tale ammirazione trova spazio soprattutto verbalmente piuttosto che nella azioni politiche.

Ad esempio, in UK in tutte le elezioni, dopo una sconfitta elettorale, il leader del Labour o del Conservative Party, in quanto candidati premier, si dimettono e lasciano spazio ad un altro segretario.Con lui solitamente se ne va anche qualche pezzo grosso della segreteria che ricopre qualche carica nel partito da molto tempo.

Da noi Veltroni, che ammira molto il modello anglosassone, e’ rimasto al suo posto e con lui tutti i pezzi da novanta dell’establishment di partito ad eccezione di Romano Prodi. Ora, visto che Veltroni è li’ da poco tempo, posso anche comprendere il suo ignorare il modello che tanto ammira, ma questa giustificazione non si applica agli altri dirigenti del PD.

Lo dico chiaramente, sarebbe ora che Fassino, D’Alema, Marini, Visco, Chiti ed altri simili si facessero da parte. Sarebbe un bel gesto “anglosassone”. Si chiedeva un rinnovamento già da molto tempo, una sconfitta è il suo contesto più naturale per avere una logica dell’alternanza anche dentro la democrazia interna dei partiti. Come possibile che si vinca l’elezioni o le si perda non abbia alcun effetto sul rinnovo dei gruppi dirigenti? Quale credibilità ha la democrazia di un partito che non rispetti al suo interno la logica dell’alternanza che predica al suo di fuori?

Certo rimane un problema rispetto al modello anglosassone, dove gli sconfitti tornano a fare le loro precedenti professioni cessando la politica attiva. Cosa andrebbero a fare gli ex-dirigenti del PD?

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