La seconda caduta di Prodi

Ieri ho vissuto uno di quelle giornate surreali che rimangono impresse nella tua memoria. Ricordo ancora la prima caduta di Prodi nel 1998, ero a Berlino e la ragazza tedesca con cui stavo all’epoca mi disse durante la colazione che aveva ascoltato alla radio la notizia che il governo italiano era caduto. Rimasi di stucco e mi vergognai profondamente.

Sono passati dieci anni e la storia si ripete come l’imbarazzo davanti ai non italiani. Non riesci a trovare le parole per giustificare questa anomalia che caratterizza l’Italia da tanto tempo. Forse l’errore e’ ancora maggiore, di natura epistemologica: continuiamo a considerare l’Italia come una democrazia occidentale e naturalmente siamo sconsolati nel vedere la stessa definizione applicarsi al nostro paese ed allo stesso tempo alla Francia, la Spagna, il Regno Unito e la Germania (per non parlare dei paesi scandinavi).

Forse e’ il caso in cui riflettiamo sul fatto che non siamo affatto una democrazia reale, ma solo nominale.

Il ceto politico, la “casta”, italiana e’ la peggiore d’Europa ma se e’ tale qualche responsabilita’ i cittadini italiani l’avranno. Ci sono ampie zone del paese dove il libero voto semplicemente non e’ applicato, dove vige un vassallaggio medioevale, dove i diritti individuali sono calpestati e resi non intellegibili. La crisi e’ seria e non credo che gli attuali politici professionisti lo abbiano compreso bene.

La grande domanda dei nostri tempi e’ come fare a tenere insieme una societa’ orami fondata sull’individualismo in cui anche l’ultimo collante, le sicurezze ed i diritti fornito dallo Stato (con il loro naturale carico di doveri), sono sempre meno presenti ed efficaci?

Non e’ soltanto il governo ad essere imploso, rischiamo che sia l’Italia ad implodere.

La reazione che ho oggi e’ duplice. Da un lato vorrei mandare a quel paese l’Italia e gli italiani e destinare la mia vita all’estero. Dall’altro sono consapevole che sarebbe il caso che tutti noi scendessimo in campo, stavolta seriamente e con la consapevolezza che ci giochiamo tutto.

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