Del movimento dei mille, di taxi, navi ed open source

Ghostly iMille

Ghostly iMille

Arriva il momento in cui un movimento cessa di essere unicamente una spinta emotiva per diventare un luogo di produzione di un pensiero analitico chiaro ed utile per i suoi obiettivi politici. O meglio, prova ad individuare tematiche sociali ed economiche che hanno bisogno di approfondimento anche per ridefinire i propri obiettivi alla luce di quanto appreso grazie ad analisi il piu’ rigorose possibili (in termini popperiani). Il tutto, e’ evidente, richiede anche una certa autonomia dalla politica, nel senso che si deve evitare che un gruppo di persone pensanti sia solo e sempre schiava dell’esigenza politica.
Anche perche’ il rischio di diventare un movimento taxi per qualcuno che entra, fa un po’ di strada ed esce e’ sempre molto alto in Italia.

A questo punto della sua storia e’ arrivato l’eterogeneo gruppo chiamato “iMille“. Un po’ associazione culturale, un po’ advocacy group, un po’ movimento politico, questo gruppo di persone ha fatto tanto lavoro ma ha fallito nello stabilire una autonomia di pensiero ed identita’ culturale chiara. Allo stesso tempo e’ riuscito a fornire un contributo alla politica vera, in realta’ al PD, con la promozione di alcune personalita’ che hanno raggiunto una ottima visibilita’, sino al culmine rappresentato dall’elezione di Ivan Scalfarotto come vicepresidente del PD, grazie al suo contributo alla campagna della mozione Marino. La mozione Marino, nata da diverse anime a cui i Mille hanno generosamente contribuito scrivendo 2/3 del programma e rimanendo nell’ombra.
Insomma, il modello e’ stato quello di una barca in cui c’erano tanti vogatori rimasti anonimi, che fino quando c’era da tirare un remo per far muovere la barca, l’hanno fatto senza tante storie, mentre sopracoperta si conquistava visibilita’.

Questo modello non mi e’ mai piaciuto molto, vedevo molti pericoli in esso, ma ne ho riconosciuto l’utilita’ ed anche la necessarieta’ in alcuni momenti. I rischi erano appunto persone demotivate da un impegno che andava oltre quello della normale militanza visto che nel calderone dell’emergenza tutto veniva fuso senza capire bene chi facesse cosa ed a quale titolo.

Da un paio di giorni, ho cercato di aprire un dibattito in merito, ma la melina ha prevalso* (vedi update).

Ho fatto presente l’inadeguatezza dell’attuale modello in cui contributi di qualita’ ad opera di persone dei mille non ricevono il giusto e dovuto riconoscimento per una presunta maggiore efficacia nel disseminare le nostre idee in modo anonimo. Anche ammettendo che questa efficacia esista e ne dubito fortemente, si pone un problema ulteriore.
Fino a quando si e’ trattato di fare politica di slogan e post efficaci, l’impegno volontario senza riconoscimento e’ andato bene. E’ andato bene anche fare i ghost writer quando necessario, per necessita’ politica, facendo chiarezza per chi lo si fa.
Questo modello smette di essere accettabile quando c’e’ da fare un lavoro analitico serio che richiede tempo ed energie. Se ci metto 6 mesi a vedere tutti i sistemi di valutazione dei sistemi universitari per poter dire se Gelmini ha ragione o no, dove sbaglia e dove e’ conforme all’Europa, non e’ pensabile che questo lavoro non vada riconosciuto.

Se si aspira a fare, come a me piacerebbe, una open source politics, in questo il riconoscimento e’ imprescindibile. E’ una pratica di onesta’ e chiarezza intellettuale che ho interiorizzato per via del mio percorso accademico e di vita.

Qui il lavoro diventa piu’ simile ad un think tank, la questione del riconoscimento diventa piu’ importante. A meno che, ovviamente, non si voglia essere un movimento di ghost writers. Non conosco nessun think tank o entita’ simile che non riconosca l’authorship, individuale o collettiva. Non farlo significa non capitalizzare la propria credibilita’ acquisita mostrando il lavoro che si e’ fatto.

Questo tema e’ legato alla identita’ debole dei mille che ho sempre considerata come il minimo comune denominatore di riconoscimento. Se si crede che un ottimo documento non debba avere il nome e cognome dell’autore, almeno che abbia l’origine del gruppo di appartenenza.
Ma questo non e’ avvenuto. Il risultato? come dicevo prima 2/3 della mozione marino sono stati scritti dai mille e non lo sa nessuno.
Non mi convincono argomenti del tipo “Ma l’importante e’ che le nostre idee passino!“. Le idee passano anche per la credibilita’ di chi le promuove, dal modficare col tempo le proposte, dal confrontarsi con altri, cosa che richiede una authorship e tracciabilita’ chiara.
Che io sappia non abbiamo soluzioni definitive, da piazzare preconfezionate.
Si tratta di stabilare un modo meritocratico di lavoro di cui dovremmo dotarci, evitando una incomprensibile incongruenza tra cio’ che professiamo all’esterno e cio’ che pratichiamo all’interno.
In un movimento che faccia proprio questo metodo di lavoro e di onesta’ intellettuale, mi riconosco. In una via di mezzo, forse. In altro, decisamente no.

Update. *Qualcuno dei mille, che stimo, ha preso seriamente la cosa ed ha spinto per un incontro “faccia a faccia’ a Roma. Quindi, non di tutta melina si tratta, anche se mi auguro si continui a discuterne fino al giorno dell’incontro.

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