Italy Today, altre recensioni

Italy Today review by Bulletin of Italian Politics

Recensione della Rivista Italiana di Scienza Politica

Review Italy Today_RISP

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La societa’ cambia e la politica? (per l’Unita’ 15/08/2010)

Sono due i grandi cambiamenti valoriali e culturali degli ultimi decenni che hanno interessato le società europee come documentato dal noto e vastissimo studio del World Value Survey. Il primo è stato quello dell’avvento di valori razionali-laici in seguito all’industrializzazione con la transizione da Società agricole a quelle industriali. Tale cambiamento ha prodotto una razionalizzazione e secolarizzazione dell’autorità. In altre parole, il sistema di valori delle società industriali enfatizzò la razionalizzazione dell’autorità, ma non necessariamente l’emancipazione da questa. Il secondo grande cambiamento, avvenuto nelle società post-industriali, è  stata l’ascesa di un sistema di valori che pone grande rilevanza alla libertà individuale e alle sue espressioni, in contrasto con valori che enfatizzavano la sicurezza materiale ed esistenziale. L’ascesa di valori che favoriscono la partecipazione alla vita pubblica e alla cura delle opinioni personali è legata soprattutto all’ascesa del mondo lavorativo dei servizi e all’incremento del benessere collettivo. In tutte le società occidentali (e in generale ricche), questo segmento d’individui che considera come prioritaria la partecipazione attiva è in aumento, con un effetto generazionale, i giovani ne sono ancor di più portatori.

Le conseguenze per la politica sono profonde, anche se i suoi sintomi sono erroneamente considerati semplici fenomeni estemporanei. Il cambiamento valoriale pone al centro una emancipazione dall’autorità e dalle forme di partecipazione politica tradizionali. La richiesta di partecipazione attiva destabilizza le consolidate gerarchie e pratiche dei partiti.  Il popolo viola e i grillini, a parte i loro contenuti, sono solo esempi di un modo di fare politica che si è allontanato da quello dei partiti e che interessa i segmenti di popolazione tradizionalmente più orientati a sinistra (mediamente ben istruiti, lavoratori nei servizi).

Il futuro del PD si giocherà su questa richiesta di partecipazione attiva, non solo sull’essere una sintesi di tradizioni politiche che nella società sono diventate fantasmi sempre più flebili.

Da questo punto di vista, le primarie sono il mezzo con cui il Pd puo’ essere al passo con i tempi delle trasformazioni sociali e culturali in corso. Per metterla in maniera forse un po’ brutale, ma in linea con quanto sopra sostenuto, senza primarie il Pd rischia di rimanere uno ‘strumento’ del passato.

Qualcuno nel PD ha capito la portata di questi cambiamenti, vedi gli sforzi delle nuove leve come Scalfarotto e Civati, ma il timore che queste voci rimangano minoritarie cresce con il tempo.

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La Neuroplasticity ed i danni del Web alle nostre menti

Non e’ passato molto tempo dal suo articolo “Google makes us stupid” per la rivista Atlantic che Nicholas Carr ne ha fatto un libro, The Shallows: What the Internet is Doing to Our Brains , e questa volta lo ha farcito di informazioni derivate da studi e ricerche che son difficili da ignorare.

In estrema sintesi, la sua denuncia ruota a due scoperte della psicologia contemporanea ben consolidate. La prima riguarda la neuro plasticity, vale a dire il fatto che il cervello umano sia capace di plasmare le proprie connessioni neurali anche in eta’ avanzata e lo fa disconnettendo i circuiti neurali meno utilizzati.
La seconda e’ una consolidata verità scientifica che gli esseri umani tendono ad avere strategie di raccolta delle informazioni con attenzione selettiva (ne avevo parlato tanto tempo fa come risultato della mia stessa, modesta ricerca sui blog italiani alcuni anni fa).

Stiamo parlando dei noti fenomeni in psicologia sociale e psicologia cognitiva del  selective information seekingmotivated reasoning.

Qualche tempo fa scrivevo:

“Nel primo caso, si parla del noto caso di cercare informazioni che confermano le opinioni che gia’ si ha piuttosto che imbarcarsi in una analisi ponderata di tutte le possibili interpretazioni di una tema. E’ sostanzialmente il corollario di Festinger, della dissonanza cognitiva (una ricerca che ha oltre 40 anni ma ha ancora un enorme potere esplicativo), dove si cerca di minimizzare o evitare situazioni di dissonanza cognitiva. Dalla letteratura scientifica esistente questo avviene anche nella blogosfera e persino il mio piccolo studio esplorativo lo conferma. Si legge maggiormente quello che gia’ si approva. Tutto cio’ mette duramente in discussione la speranza che la blogosfera diventi una sfera pubblica razionale e migliore di quella attuale . Il secondo caso e’ piu’ complesso, si tratta delle ultime scoperte nell’ambito delle scienze neurocognitive. Sostanzialmente, per motivated reasoning si intende un modo di processare le informazioni che porta al risultato desiderato che minimizza gli aspetti emotivi negativi di una informazione. Tutto cio’ rappresenta il maggior ostacolo per chi crede che la blogosfera possa diventare un luogo utopistico di riflessione pacata e razionale dove discutere di politica ed in generale di public issues. Da notare che molte delle tecnologie messe a disposizione degli Internauti sono tecnologie di filtering, cioe’ di filtro, per selezionare informazioni e dati rilevanti per chi legge. I cosidetti ‘unplanned encounters’, gli incontri non voluti, sono sempre piu’ rari.”

A questa argomentazione si aggiunge quanto scritto da Charr sulla neuro-plasticity, vale a dire la tendenza al re-wiring del cervello si unisce  all’ottenere soltanto le informazioni che vogliamo, nel senso che confermano quanto gia’ sappiamo o le nostre opinioni in merito.

Da qui il pericolo dei ghetti informativi come largamente anticipato dal libro di Sunstein Republic.com. Il pericolo, quindi, che il web sia sempre piu’ personale e meno sociale di  quanto si creda.

Quello che sorprende e’ che le compagnie di maggiore impatto online seguono le predizioni di questo libro come se fosse una check list. Prendete Google che sta migliorando sempre di piu’  i risultati di ricerca personalizzati, che vuol dire che due persone che cercano la stessa cosa otterranno risultati diversi basati su dove hanno cliccato in precedenza nella  loro storia di internauti. Lo scorso dicembre 2009, Google ha esteso questa funzionalita’ anche per utenti che non sono registrati con google. Facebook si accinge a fare lo stesso.

Insomma, si tratta di preoccupazioni che sono difficilmente riducibili alle stupide etichette di ‘paura del nuovo’ o ‘paura delle nuove tecnologie’.

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Nuovo che avanza? La Serracchiani e’ l’ultima italiana in presenze del gruppo S&D

Se questo e’ il nuovo che avanza, non c’e’ da essere sereni. La polemica che ci fu un po’ di tempo fa sui doppi incarichi non era una questione di forma, aveva la sua ragionevolezza. Eppure, durante le scorse primarie del PD, il fronte di Franceschini non se ne preoccupo’ tanto. Debora Serracchiani si ritrovo’ a ricoprire sia l’incarico di eurodeputato che quello di segretario regionale del PD Friuli. Il risultato? La Serracchiani e’ la peggiore italiana del gruppo S&D (il nuovo nome del gruppo che fu PSE) in termini di presenze all’Europarlamento di Strasburgo.

Ho letto questa informazione su Internazionale e sono andato a cercare i dati per curiosita’. Effettivamente, non e’ una bella figura. Secondo i dati del monitoraggio VoteWatch.eu, ha una presenza del 69.09% a fronte di una media dei parlamentari italiani del 86.01%. Non vi e’ parlamentare italiano dello stesso gruppo che ha fatto peggio  (ma vi sono colleghi di altri paesi).

Presenze della Serracchiani all'europarlamento, fonte http://www.votewatch.eu

E qui c’e’ la media italiana e degli altri paesi

Media di presenza per paese, fonte http://www.votewatch.eu

Certo, la bruta presenza puo’ non voler dire nulla, ma il dato che la Serracchiani stia un po’ troppo in Italia (magari per ottime ragioni, per carita’) e’ innegabile.  E ripeto, non ci fa una bella figura, in special modo come testimone di quella nuova generazione di dirigenti del PD che dovrebbe aiutare a rinnovare il partito non solo nei suoi contenuti ma anche nelle sue pratiche politiche.

UPDATE. Qui trovate una risposta della Serracchiani al suo assenteismo (che personalmente non trovo molto convincente).

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Recensione di Italy Today su Reset

Anticipo due recensioni di Italy Today uscita su Reset (pag.6), altre, in inglese, sono in arrivo..

13 Reset Recensioni Italy Today

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La Moratti e l’ndrangheta

Sarebbe bastato leggere qualche libro, le relazioni delle commissioni parlamentari anti-mafia o semplicemente usare il buon senso, per essere consapevoli dell’infiltrazioni della crimininalita’ organizzata in Lombardia ed in particolare a Milano.

Invece, la Moratti, sindaco di Milano, offri’ queste dichiarazioni in merito non molto tempo fa.

Sono allibito su come una citta’ come Milano abbia avuto dei sindaci di qualita’ cosi scadente negli ultimi anni.

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A proposito di social inequality

Una bella intervista a Richard Wilkinson co-autore del bel libro ‘The Spirit Level. why more equal society almost always do better” (il titolo nella grafica e’ sbagliato).

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Il PD ed il silenzio sulla “Padania”

Le recenti affermazioni di Gianfranco Fini sulla Padania hanno squarciato un silenzio che da molto tempo si protraeva, sostituito sinora soltanto dalle nervose prese in giro dell’immaginario e della simbologia leghista da parte della altre forze politiche.

La costruzione della Padania non ha avuto da parte della sinistra, e mi riferisco in particolare agli ex DS ed ora al PD, la contrapposizione che meritava. Non c’e’ stato un fronte compatto di resistenza a questo tentativo di egemonizzare l’identita’ dei cittadini italiani delle regioni settentrionali ed al discorso leghista sulla Padania che si basa, tra tanti, su alcuni assunti particolarmente insidiosi oltre che errati. Il primo assunto e’che il Nord sia un area compatta definita da precise caratteristiche culturali (gente che lavora, che paga le tasse, ecc) come se queste non appartenessero ad altre regioni. Il secondo e’ che il Nord, essendo piu’ economicamente sviluppato del Sud, deve questa maggiore ricchezza a queste caratteristiche culturali. Certo, anche i leghisti ammettono una traiettoria storica differente del Sud, ma spiegano la persistenza delle differenze tra nord e sud attraverso la diversita’ del ‘popolo padano’ e quello ‘meridionale’ (sul centro d’italia si trovano in difficolta’). Questa retorica serve a nascondere una realta’ molto piu’ complessa vale a dire  che 1) Il nord in realta e’ tanti nord, sia culturalmente, socialmente ed economicamente 2) Anche il Sud e’ in realta’ molti Sud 3) Nord e Sud si sono mischiati tanto negli ultimi cento anni. Non si puo’ eludere la domanda, ma sono Nord e Sud d’Italia culturalmente diversi? La risposta e’ che lo sono ma molto meno di quello che comunemente si vuol far credere. Inoltre questo e’ ancor meno vero tra i giovani e tra i piu’ istruiti, dove le differenze diventano trascurabili (mi sto occupando di una ricerca proprio su questo). Le differenze culturali pero’ non giustificano il messaggio il legame cultura ’meridionale’ uguale sottosviluppo perche’ non considera che le differenze culturali sono generate anche dalle diverse condizioni economiche e sociali. In altre parole, e’ sbagliato dire che il sottosviluppo sia causato dalla cultura meridionale perche’ e’ anche vero il contrario.

Il PD deve farsi carico di questa battaglia culturale, senza negare le diverse esigenze dei territori, cercando di separare la realta’ dall’opportunismo politico leghista. Una battaglia che e’ stata rinviata per troppo tempo e che non dovrebbe essere lasciata ad altri.

 

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Universita’ italiana, va tutto bene

A leggere questo articolo, ad opera Michele Ciliberto, dovremmo evitare lo shock generazionale nell’universita’ italiana, nelle sue parole:

Colpisce ad esempio – soprattutto per la parte politica da cui proviene – il documento sulla Università approvato dall’ultima Assemblea del Partito Democratico; colpisce anzitutto per il linguaggio volutamente utilizzato, incentrato sull’apologia della “discontinuità”, della “innovazione”, della “rivoluzione”; un lessico, verrebbe da dire, di tipo futurista e , come tale, velleitario, inconcludente. La “rivoluzione” è una cosa seria, basata su analisi concrete, specifiche, documentate. Niente di tutto questo nel documento approvato quasi all’unanimità dall’Assemblea: serie, ma ovvie parole sull’autonomia dell’Università, sulla necessità di un saldo rapporto tra Stato e Regioni, sull’aumento dell’efficienza e delle risorse, sulla istituzione dell’Agenzia per la ricerca e l’innovazione, su una programmazione strategica per definire il futuro dell’Università, sulla valorizzazione del dottorato di ricerca… Intendiamoci: alcune proposte sono nuove (la tenure track); ma il clou del Documento è nello “shock generazionale” (così è scritto): cioè nel mandare forzosamente in pensione tutti i professori ora in servizio a 65 anni – cioè i “vecchi” – per fare spazio ai “giovani” .

A parte l’accusa, un po’ strana, di fare un discorso di destra  (c0me anche la citazione di Flaubert, quando si chiamano in causa studi seri e documentati), il ragionamento non e’ convincente per nulla.

Non si capisce perche’ un docente italiano dopo i 65 anni non possa andare in pensione e rimanere come emerito nel proprio ateneo continuando a fare tutta l’attivita’ accademica che gli pare ma liberando risorse per 2 ricercatori (almeno). Un discorso che andrebbe fatto  in scarsita’ di risorse e con la consapevolezza dello status dell’universita’ italiana in cui al piu’ alto brain drain europeo di giovani ricercatori corrisponde il fondo classifica di tutti i ranking mondiali universitari e trarne le conseguenze. Sinora la ‘tradizione’  ha distrutto l’universita’ italiana rendendola tra le peggiori in Europa. Lo shock generazionale unitamente ad una revisione delle procedure di selezione del personale docente improntate a standard internazionali ed al massimo rigore, sarebbe uno shock positivo per l’universita’ italiana. Uno shock necessario per rianimare un malato terminale.

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Repubblica di oggi: opinion polls, TV ed il problema delle interpretazioni

Oggi su Repubblica trovate un articolo-indagine sulla televisione italiana a cura di Demos e l’Osservatorio di Pavia. Sostanzialmente, Demos ha condotto un sondaggio standard sulle priorita’ degli italiani, ricavandone che la maggiore preoccupazione di questi tempi e’ il lavoro/crisi economica.  Contemporaneamente,  l’Osservatorio di Pavia ha monitorato il numero e la natura delle notizie data dai tg italiani, con particolare enfasi al TG1.

Ora, a parte il plauso all’iniziativa, vediamo cosa dicono i dati Demos.

Da Repubblica del 05/06/2010

Nell’ultima rilevazione le due preoccupazioni maggiori degli italiani sono disoccupazione e criminalita’ comune, con un certo distacco del secondo tema.

Vediamo ora invece il TG1 cosa riporta.

Da Repubblica del 05/06/2010

A quanto pare il TG1 invece da priorita’ al crimine e’ molto meno  alla disoccupazione (il 4,1 cerchiato in rosso, immagino siano percentuali ma non lo dicono).

Ora vediamo l’interpretazioni che ne possiamo derivare (tra alcune possibili).

1) Il Tg1 e’ distaccato dalla realta’ e parla di cose che non sono la priorita’ degli italiani. Giusto e sacrosanto, questo e’ il messaggio di Repubblica.

2) Molto piu’ interessante, per me, e’ il fatto che questi dati, se confermati e verificati, dimostrano anche quanto in realta’ sia complessa la formazione delle priorita’ dei cittadini perche’ non accade, come molti credono troppo facilmente, che se i media parlano di X, allora X diventa priorita’ numero 1 della gente. Il fatto che soltanto il 4,1 % delle notizie parli della crisi, non vuol dire che la crisi non sia percepita come priorita’ dal 47% degli italiani del campione.  Insomma, i mass media hanno certamente influenza, ma bisogna essere cauti nel determinare questa influenza.

Certo, qui sono tagliati fuori altri media, come i giornali ed altri canali televisivi, che potrebbero avere invece la crisi economica come tema principale delle loro notizie e quindi questi dati diventano semplicemente una indicazione di quanto sia irrelevante il TG1 nella formazione delle opinioni.

Che tra l’altro suggerisce come una fonte di informazione (TG1) che sia ritenuta parziale, non abbia impatto sostanziale.

Nulla di sorprendente in realta’, anzi considerazioni piuttosto comuni, che mi sarebbe piaciuto vedere anche su Repubblica.

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Ilvo Diamanti ed i baroni

JRC-IPTS with Eurostat data (2006). The net loss in % is not represented on the figure, as it is 143% for Cyprus and 257% for Malta.

Marco Simoni sul Post.it ha risposto in modo esauriente su quanto sia azzardato il ragionamento di Ilvo Diamanti in merito alla proposta del PD sullo shock generazionale per l’universita’ italiana (proposta che e’ stata bocciata).

Diamanti si chiede dove siano i giovani a cui far spazio. In sintonia con Simoni, suggerisco di partire dai 3000 ‘dottori di ricerca’ che ogni anno lasciano l’Italia verso le  universita’ straniere. Siamo il piu’  grosso donatore di cervelli europeo (vedi figura sopra). Gli italiani vanno via e non arrivano stranieri.

I giovani ricercatori ci sono, basta guardare nei voli low cost di tanti aeroporti italiani.

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Iniziativa dei mille su Universita’ e ricerca

Imille hanno organizzato un incontro/discussione pubblica sull’universita’ italiana a cui consiglio vivamente di partecipare per la qualita’ degli interventi (ne trovate molti qui) e perche’ di universita’ italiana si parla troppo poco in modo serio e di sostanza.

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Democratici, al Sud senza idee (per l’Unita’ 15/05/2010)

Mentre il dibattito interno nel PD procede con la formazione di aree culturali di riferimento per la maggioranza e per le minoranze, il partito ancora fatica a elaborare il risultato elettorale delle regionali nel mezzogiorno. Ricordiamo che il PD ha perso il governo regionale in Campania e Calabria, ha riconfermato il governo della Basilicata ed ha vinto in Puglia grazie al fenomeno Vendola.

Proprio l’esperienza di Vendola rappresenta un interlocutore su cui sviluppare un nuovo approccio verso il meridione. Il Pd meridionale è stato svuotato dall’assenza d’idee o di un progetto per i territori unitamente alla diffusione della mala amministrazione e corruzione. La lezione di Vendola probabilmente non sarà interamente riproducibile nelle altre realtà meridionali ma rappresenta una filosofia diversa di trattare il problema meridione. Si va oltre le proposte di miglioramento dell’amministrazione pubblica, delle necessità infrastrutturali e si entra anche nel dominio del culturale e del sociale. Si tratta di ricostruire un tessuto sociale divenuto incompatibile con percorsi di emancipazione individuale e che offre pochissimi spazi di libertà. Nella sua intervista-libro con Cosimo Rossi, Vendola parla della necessità di una nuova narrazione per il Sud. Credo che essa debba essere rivolta soprattutto ai cittadini meridionali. Sono loro che hanno bisogno di conoscere e credere in un altro meridione possibile. In questo contesto di ricostruzione delle relazioni sociali nel Sud, trovano la sua importanza esempi di aggregazione e partecipazione come le primarie, quando svolte in modo regolare e aperto.  Inoltre, queste sono occasioni per far incontrare forze disperse, quelle persone che maggiormente sentono il bisogno di cambiamento e che sono frammentate in mille diverse iniziative senza la possibilità di fare massa critica. Allo stesso tempo, una profonda conoscenza del territorio è precondizione per narrare di un altro Sud, della sua complessità e della sua voglia di libertà. In altre parole, si tratta di ritornare a fare politica sul territorio ma anche di farla in modo nuovo rispetto ai contenuti del passato. Si tratta di iniziare un processo di mutuo apprendimento tra la politica e il territorio.

Sarebbe interessante ripetere l’esperienza di reportage dell’Unita’ fatta in Emilia e Sardegna anche nelle regioni del Sud. Il narrare e immaginare un nuovo meridione può nascere anche dal lavoro dei professionisti che vivono di narrazioni come giornalisti e scrittori (e qui l’esempio del contributo di Saviano).

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Ma il cielo e’ sempre piu’ su? di L. Bianchi e G. Provenzano

Parlare seriamente di Mezzogiorno di questi tempi non e’ una impresa facile. L’attenzione e’ rivolta allo studio del fenomeno leghista, la questione settentrionale e’ la priorita’ numero uno nell’agenda di molti partiti.

Onore al merito quindi a Luca Bianchi e Giuseppe Provenzano che hanno deciso di scrivere un libro dall’azzeccato titolo ‘Ma il cielo e’ sempre piu’ su?” per l’editore Castelvecchi Tazebao (14 Euro) sulla condizione giovanile nel Sud e in generale sulle condizioni del Sud medesimo. Per limiti di spazio di trovo a semplificare un po’ alcuni dei ragionamenti, sperando di non usare troppo ruvidamente l’ascia.

Il libro ha molti pregi ed una lettura d’obbligo per chi abbia a cuore le sorti del Mezzogiorno.

Partiamo dai pregi piu’ evidenti. La prima parte del libro, quella in cui viene rappresentato lo stato del Sud e’ ben fatta perche’ si basa su dati e sulla loro interpretazione con logica di ferro e con poco spazio per l’immaginazione.

Il libro riesce a ‘svelare’ l’entita’ del problema mezzogiorno su vari dimensioni sociali a partire dalla piu’ drammatica, vale a dire la ripresa dell’emigrazione. Un emigrazione in larga misura giovanile e qualificata che mina la possibilita’ di un futuro ai territori meridionali. La questione giovanile nel Sud determinata dalla mancanza di mobilita’ sociale, la mancanza di lavoro, la crisi del sistema scolastico ed univesitario meridionale e l’emergenza criminalita’ e’ al centro del libro.

Svela anche l’impatto della crisi economica in corso nel Sud, di come sia stata una illusione credere che il sistema Sud fosse piu’ al riparo del Nord e che quindi la scelta di destinare la maggior parte delle risorse al Nord (con il noto saccheggio dei fondi FAS) sia interamente politica (e sciagurata). Si parla di come il welfare italiano sia sbilanciato verso la tutela del Nord e sia poco efficace nel Sud.

Si analizza bene il problema della pubblica amministrazione italiana che ritrova nel Mezzogiorno le sue croniche debolezze amplificate. La pervasivita’ della politica nella p.a. e’ ovunque in Italia ma quando si tratta della mala politica meridionale i risultati sono devastanti.

Oltre l’opera di ricostruzione dello stato del mezzogiorno, il libro ha il pregio di affrontare a viso aperto molti luoghi comuni sul meridione che regnano nel discorso nazionale, in particolare quello politico.

L’esempio piu’ calzante e’ quello dell’ammontare delle risorse che lo stato centrale destina verso il mezzogiorno. Gli autori mostrano come la percezione di queste cifre sia gonfiata da parecchia confusione sulle cifre reali spese e su come in realta’ si spenda piu’ per il Nord che per il Sud. Articolando questo discorso, non giustificano affatto gli sprechi di denaro pubblico fatti nel Sud che sono ovviamente un immenso problema ed una interminabile serie di occasioni mancate per il rilancio di quei territori.

C’e’ ne’ anche per la politica, che dovrebbe essere fonte di risposte ai problemi meridionali ed invece e’ parte del problema con  l’incapacita’ delle classi politiche meridionali di curare gli interessi della macroregione. A questo si aggiunge l’essere portatori di un cultura clientelare e paramafiosa che restringe ogni spazio di liberta’ e emancipazione dei cittadini onesti.

Bianchi e Provenzano, pero’, non si limitano alla diagnosi ma si avventurano anche in proposte per il rilancio. Propongono un mix di ricette economiche e istituzionali per migliorare l’istitutional setting del meridione in modo da innescare circoli virtuosi di comportamenti e dinamiche economiche.

Tutto cio’ pero’ e’ impensabile senza il ristabilire della legalita’ come pre-condizione per tutto il resto.

La soluzione, per gli autori, e’ anche puntare su giovani,  via scuola ed istruzione, sul costruire un modello ad hoc di sviluppo per il sud attraverso le nuove tecnologie ed il potenziale dei territori. Una riforma in senso meritocratico della pubblica ammnistrazione italiana non potrebbe che essere benefica per il Sud, ed il federalismo fiscale, fatto con le dovute accortezze, puo’ essere una occasione per spezzare vecchi legami di potere clientelare meridionale. Secondo gli autori ( e direi secondo il buon senso), i cittadini meridionali dovrebbero far  autocritica ed ambire ad  nuova classe dirigente, con quelle attuali non si va lontano.

Gli autori dedicano anche una grande attenzione al ruolo che potrebbe rivestire l’Europa per fare benchmarking alle istituzioni europee. E’ un idea da prendere con cautela, potrebbe deresponsabilizzare e soprattuto perche’ l’Europa non e’ immune da giudizi politici, tra un nord ed un sud europeo, vedi discussione tra agglomeration e specialization.

Passiamo ora a quello che manca, a mio modesto avviso.

Rimane un aspetto che e’ poco affrontato dal libro, vale a dire la questione culturale. E’ probabilmente ingiusto considerarlo un limite del libro perche’ e’ impossibile, parlo anche per la mia esperienza personale nel caso del libro Italy Today, fare un volume esaustivo su una questione complessa come meridionale.

E’ anche, se vogliamo, una questione di sensibilita’ disciplinari, eppure e’ una presenza costante nel libro di Bianchi e Provenzano quando si parla di cultura, mentalita’, modelli mentali, etica civile, etc. Per questione culturale intendo la presenza nella societa’ meridionale, con differenze significative tra regioni, di valori culturali individuali sfavorevoli allo sviluppo economico. I valori culturali sono credenze fondamentali, spesso di natura etica, che orientano le attitudini ed il comportamento di un individuo, sono socialmente determinate, declinate individualmente. Esiste un filone di ricerca in psicologia, sociologia ed ora economia che se ne occupa (vedi il lavoro di Inglehart ed il suo World Values Survey)

Il ruolo della cultura e dei valori di una societa’ nel condizionare il suo benessere economico e sociale nasce dalla tradizione di Tocqueville, Weber, piu’ recentemente David Landes ed il stracitato Banfield nel caso del Meridione. Anche nel famoso lavoro di Putnam , la conclusione centrale del lavoro era che la radice delle vaste differenze tra Nord e Sud fossero culturali anche se egli notava come il decentramento amministrativo fosse riuscito a promuovere fiducia, moderazione e compromesso nel Sud e quindi si mostrava ottimista sulla capacita’ delle istituzioni di cambiare gli aspetti culturali e sociali di una comunita’. Certo, alla luce di alcuni decenni passati dal lavoro di Putnam, possiamo dire che quelle resistenze culturali si sono rivelate un formidabile ostacolo anche dopo un maggiore trasferimento di poteri alla regioni.

Aggiungere la cultura (i valori culturali) complica il quadro complessivo perche’ le relazioni di causa-effetto tra la cultura ed altre variabili come le policies, le istituzioni e lo sviluppo economico vanno in entrambe le direzioni. In altre parole, la cultura puo’ essere usata come variabile indipendente e come variabile dipendente.

Anche il monitoraggio di performance istituzionali o di policies pone problemi, specialmente in un ambiente culturalmente ostile alla valutazione. Una societa’ come quella meridionale decide i propri target di efficienza, il caso del low-low equilibrium, indicatori statistici potrebbero essere svuotati tramite l’adozione di comportamento strategico, il classico di ‘corruption pressures’ di indicatori quantitativi.

Anche una maggiore istruzione non comporta necessariamente un miglioramento, disvalori e maggiore istruzione possono coesistere visto che assolvono a funzioni diverse, l’uno all’essere integrato e moralmente conforme nella propria comunita’, l’altra a ragioni opportunistiche. Senza parlare dell’influenza che l’ambiente familiare e parafamiliare comporta sempre e limita un effetto positivo di una istituzione come la scuola.

Che fare quindi?

Tutto quanto detto sopra non contraddice le proposte del libro di Bianchi e Provenzano, piuttosto indicano la necessaria complementarieta’ di strategie di ‘cultural change’. Cambiamenti istituzionali e delle condizioni socio economiche aiutano il cultural change ma ci troviamo anche nella situazione in cui la variabile culturale vanifica i cambiamenti istituzionali ed economici.

Un passo fondamentale e’ fare ricerca da parte di scienziati sociali seri per capire i complessi problemi sociali del Sud e dove si possa intervenire. Ad esempio, da Banfield a Putnam, nessun altro si e’ mai occupato di andare a vedere se la cultura meridionale sia cambiata e in quale ambito, dove si possa inizare una cambiamento perche’ la tradizione mostra segni di cedimento. Un passo successivo sarebbe, quali sono le zone del Sud hanno subito trasformazioni sociali e culturali profonde?

In questo campo, inoltre, la politica si trova in prima linea, potrebbe giocare un ruolo di primo piano nel cambiamento culturale. E’ a questo quello a cui penso quando sento l’espressione sempre piu’ comune di costruire una nuova narrazione del Sud.

Come disse un mio ex collega latino-americano: ‘ We have the hardware of democracy but the software of authoritarianism’.

Nel caso del Mezzogiorno italiano, tocchera’ lavorare sia all’hardware che al software contemporaneamente visto al gravita’ della situazione.

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La variabile fondamentale (per la rivista ItalianiEuropei 02/2010)

Eccovi il mio articolo sull’ultimo numero della rivista Italiani Europei.

La Variabile Fondamentale

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Miseria e realta’

E’ facile perdere il contatto con la realtà. Riesco sempre meno a biasimare i politici che lo fanno perché non mi sento migliore a riguardo. Eppure basta poco per ritornare con i piedi per terra, per riacquisire una prospettiva diversa, vivere i sogni e la disperazione di un altro.
E così basta che un ultratrentenne che conosco da una vita, durante una fugace viaggio in Calabria, mi racconti quanto sia dura la sua giornata di lavoro, quanto gli facciano male le braccia al ritorno a casa, dei suoi sogni di lasciare quel lavoro in officina. E poi concludere con un “non posso fare altro”.
Le mie angoscie sul futuro, sul trovare un posto dove farsi una vita, pensare ad una famiglia, essere gratificato al lavoro e dar da mangiare al proprio ego e alle proprie vanità sembrano ricollocarsi in un puzzle più grande.
La mente inizia a pensare a queste vite svendute per 600 euro al mese, lo sguardo sul mondo di chi deve sudare per la sopravvivenza.
Sento quella paura antica, quasi atavica, del non trovare lavoro, un angoscia avvolgente, un buco nero dello stare al mondo.
E’ giusto guardare avanti per continuare la propria strada. probabilmente e’ l’unico modo che ho per percorrerla. Guardarsi indietro, invece, ha su di me un effetto diverso, e’ la ricerca del senso di quello che si e’ fatto.
Ho visto, sentito, annusato tanta ingiustizia intorno a dove sono nato e cresciuto. Esserci venuto a contatto mi ha cambiato per sempre. Ogni soddisfazione personale si diluisce nella consapevolezza di questo oceano di infelicita.
Tutto quello che ho fatto sinora non ha scalfito per niente questo cuore nero.
Si dovrebbe morire pompieri dopo essere nati incendiari, a me capita, invece, di avere un crescente gran voglia di fiammiferi.

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1 maggio

Buon primo maggio ! Per una non voluta coincidenza da ieri trovate in edicola o libreria il nuovo numero della rivista ItalianiEuropei che contiene un mio breve saggio.

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