Parlare seriamente di Mezzogiorno di questi tempi non e’ una impresa facile. L’attenzione e’ rivolta allo studio del fenomeno leghista, la questione settentrionale e’ la priorita’ numero uno nell’agenda di molti partiti.
Onore al merito quindi a Luca Bianchi e Giuseppe Provenzano che hanno deciso di scrivere un libro dall’azzeccato titolo ‘Ma il cielo e’ sempre piu’ su?” per l’editore Castelvecchi Tazebao (14 Euro) sulla condizione giovanile nel Sud e in generale sulle condizioni del Sud medesimo. Per limiti di spazio di trovo a semplificare un po’ alcuni dei ragionamenti, sperando di non usare troppo ruvidamente l’ascia.
Il libro ha molti pregi ed una lettura d’obbligo per chi abbia a cuore le sorti del Mezzogiorno.
Partiamo dai pregi piu’ evidenti. La prima parte del libro, quella in cui viene rappresentato lo stato del Sud e’ ben fatta perche’ si basa su dati e sulla loro interpretazione con logica di ferro e con poco spazio per l’immaginazione.
Il libro riesce a ‘svelare’ l’entita’ del problema mezzogiorno su vari dimensioni sociali a partire dalla piu’ drammatica, vale a dire la ripresa dell’emigrazione. Un emigrazione in larga misura giovanile e qualificata che mina la possibilita’ di un futuro ai territori meridionali. La questione giovanile nel Sud determinata dalla mancanza di mobilita’ sociale, la mancanza di lavoro, la crisi del sistema scolastico ed univesitario meridionale e l’emergenza criminalita’ e’ al centro del libro.
Svela anche l’impatto della crisi economica in corso nel Sud, di come sia stata una illusione credere che il sistema Sud fosse piu’ al riparo del Nord e che quindi la scelta di destinare la maggior parte delle risorse al Nord (con il noto saccheggio dei fondi FAS) sia interamente politica (e sciagurata). Si parla di come il welfare italiano sia sbilanciato verso la tutela del Nord e sia poco efficace nel Sud.
Si analizza bene il problema della pubblica amministrazione italiana che ritrova nel Mezzogiorno le sue croniche debolezze amplificate. La pervasivita’ della politica nella p.a. e’ ovunque in Italia ma quando si tratta della mala politica meridionale i risultati sono devastanti.
Oltre l’opera di ricostruzione dello stato del mezzogiorno, il libro ha il pregio di affrontare a viso aperto molti luoghi comuni sul meridione che regnano nel discorso nazionale, in particolare quello politico.
L’esempio piu’ calzante e’ quello dell’ammontare delle risorse che lo stato centrale destina verso il mezzogiorno. Gli autori mostrano come la percezione di queste cifre sia gonfiata da parecchia confusione sulle cifre reali spese e su come in realta’ si spenda piu’ per il Nord che per il Sud. Articolando questo discorso, non giustificano affatto gli sprechi di denaro pubblico fatti nel Sud che sono ovviamente un immenso problema ed una interminabile serie di occasioni mancate per il rilancio di quei territori.
C’e’ ne’ anche per la politica, che dovrebbe essere fonte di risposte ai problemi meridionali ed invece e’ parte del problema con l’incapacita’ delle classi politiche meridionali di curare gli interessi della macroregione. A questo si aggiunge l’essere portatori di un cultura clientelare e paramafiosa che restringe ogni spazio di liberta’ e emancipazione dei cittadini onesti.
Bianchi e Provenzano, pero’, non si limitano alla diagnosi ma si avventurano anche in proposte per il rilancio. Propongono un mix di ricette economiche e istituzionali per migliorare l’istitutional setting del meridione in modo da innescare circoli virtuosi di comportamenti e dinamiche economiche.
Tutto cio’ pero’ e’ impensabile senza il ristabilire della legalita’ come pre-condizione per tutto il resto.
La soluzione, per gli autori, e’ anche puntare su giovani, via scuola ed istruzione, sul costruire un modello ad hoc di sviluppo per il sud attraverso le nuove tecnologie ed il potenziale dei territori. Una riforma in senso meritocratico della pubblica ammnistrazione italiana non potrebbe che essere benefica per il Sud, ed il federalismo fiscale, fatto con le dovute accortezze, puo’ essere una occasione per spezzare vecchi legami di potere clientelare meridionale. Secondo gli autori ( e direi secondo il buon senso), i cittadini meridionali dovrebbero far autocritica ed ambire ad nuova classe dirigente, con quelle attuali non si va lontano.
Gli autori dedicano anche una grande attenzione al ruolo che potrebbe rivestire l’Europa per fare benchmarking alle istituzioni europee. E’ un idea da prendere con cautela, potrebbe deresponsabilizzare e soprattuto perche’ l’Europa non e’ immune da giudizi politici, tra un nord ed un sud europeo, vedi discussione tra agglomeration e specialization.
Passiamo ora a quello che manca, a mio modesto avviso.
Rimane un aspetto che e’ poco affrontato dal libro, vale a dire la questione culturale. E’ probabilmente ingiusto considerarlo un limite del libro perche’ e’ impossibile, parlo anche per la mia esperienza personale nel caso del libro Italy Today, fare un volume esaustivo su una questione complessa come meridionale.
E’ anche, se vogliamo, una questione di sensibilita’ disciplinari, eppure e’ una presenza costante nel libro di Bianchi e Provenzano quando si parla di cultura, mentalita’, modelli mentali, etica civile, etc. Per questione culturale intendo la presenza nella societa’ meridionale, con differenze significative tra regioni, di valori culturali individuali sfavorevoli allo sviluppo economico. I valori culturali sono credenze fondamentali, spesso di natura etica, che orientano le attitudini ed il comportamento di un individuo, sono socialmente determinate, declinate individualmente. Esiste un filone di ricerca in psicologia, sociologia ed ora economia che se ne occupa (vedi il lavoro di Inglehart ed il suo World Values Survey)
Il ruolo della cultura e dei valori di una societa’ nel condizionare il suo benessere economico e sociale nasce dalla tradizione di Tocqueville, Weber, piu’ recentemente David Landes ed il stracitato Banfield nel caso del Meridione. Anche nel famoso lavoro di Putnam , la conclusione centrale del lavoro era che la radice delle vaste differenze tra Nord e Sud fossero culturali anche se egli notava come il decentramento amministrativo fosse riuscito a promuovere fiducia, moderazione e compromesso nel Sud e quindi si mostrava ottimista sulla capacita’ delle istituzioni di cambiare gli aspetti culturali e sociali di una comunita’. Certo, alla luce di alcuni decenni passati dal lavoro di Putnam, possiamo dire che quelle resistenze culturali si sono rivelate un formidabile ostacolo anche dopo un maggiore trasferimento di poteri alla regioni.
Aggiungere la cultura (i valori culturali) complica il quadro complessivo perche’ le relazioni di causa-effetto tra la cultura ed altre variabili come le policies, le istituzioni e lo sviluppo economico vanno in entrambe le direzioni. In altre parole, la cultura puo’ essere usata come variabile indipendente e come variabile dipendente.
Anche il monitoraggio di performance istituzionali o di policies pone problemi, specialmente in un ambiente culturalmente ostile alla valutazione. Una societa’ come quella meridionale decide i propri target di efficienza, il caso del low-low equilibrium, indicatori statistici potrebbero essere svuotati tramite l’adozione di comportamento strategico, il classico di ‘corruption pressures’ di indicatori quantitativi.
Anche una maggiore istruzione non comporta necessariamente un miglioramento, disvalori e maggiore istruzione possono coesistere visto che assolvono a funzioni diverse, l’uno all’essere integrato e moralmente conforme nella propria comunita’, l’altra a ragioni opportunistiche. Senza parlare dell’influenza che l’ambiente familiare e parafamiliare comporta sempre e limita un effetto positivo di una istituzione come la scuola.
Che fare quindi?
Tutto quanto detto sopra non contraddice le proposte del libro di Bianchi e Provenzano, piuttosto indicano la necessaria complementarieta’ di strategie di ‘cultural change’. Cambiamenti istituzionali e delle condizioni socio economiche aiutano il cultural change ma ci troviamo anche nella situazione in cui la variabile culturale vanifica i cambiamenti istituzionali ed economici.
Un passo fondamentale e’ fare ricerca da parte di scienziati sociali seri per capire i complessi problemi sociali del Sud e dove si possa intervenire. Ad esempio, da Banfield a Putnam, nessun altro si e’ mai occupato di andare a vedere se la cultura meridionale sia cambiata e in quale ambito, dove si possa inizare una cambiamento perche’ la tradizione mostra segni di cedimento. Un passo successivo sarebbe, quali sono le zone del Sud hanno subito trasformazioni sociali e culturali profonde?
In questo campo, inoltre, la politica si trova in prima linea, potrebbe giocare un ruolo di primo piano nel cambiamento culturale. E’ a questo quello a cui penso quando sento l’espressione sempre piu’ comune di costruire una nuova narrazione del Sud.
Come disse un mio ex collega latino-americano: ‘ We have the hardware of democracy but the software of authoritarianism’.
Nel caso del Mezzogiorno italiano, tocchera’ lavorare sia all’hardware che al software contemporaneamente visto al gravita’ della situazione.
Italy Today, altre recensioni
Italy Today review by Bulletin of Italian Politics
Recensione della Rivista Italiana di Scienza Politica
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